
I problemi del pianeta Terra mi hanno distolto dal racconto della vacanza a Patmos e qualcuno mi ha fatto giustamente notare che manca un pezzo della storia: il viaggio al porto, per ritirare gli animali della fattoria di Petros (per chi non sapesse di cosa sto parlando, legga il post "La solitudine dei numeri primi").
In un primo momento sapevamo che la nave sarebbe arrivata alle quattro di notte, ma poi c'e stato un cambio di programma: dovevamo essere al porto per le due. Così dopo cena, io non sono proprio andato a dormire (incredibile!), mentre Pinupz, che di solito è il nottambulo della situazione, è crollato in un sonno profondo per effetto della bottiglia di vino che si era scolato “pésla pésla”, come direbbero in Ciociaria.
All’1.30 sento squillare la sveglia di Petros e dopo qualche minuto lo vedo comparire nel mio campo visivo. Con tono imperativo mi dice: “Dzidzi, we must go!”. Per chi non lo sapesse la G è una lettera difficile da pronunciare per i greci, quindi il mio nome da Gg è diventato Dzidzi. Il povero Pinupz, completamente rincoglionito di sonno, si alza e, senza proferire parola, ci segue verso la macchina.
Tre orette di riposo per Petros sono state rivitalizzanti al punto che, in attesa della nave al molo, è ripartito di nuovo con una filippica infinita sul sindaco di Patmos, urlando e sbraitando una nuova serie di improperi con un volume di voce assordante. Io alle due di notte non ce la potevo fare a sentire ancora quella storia, così ho preso il telefonino e ho iniziato a controllare la posta elettronica, facendogli credere che stavo leggendo delle email di vitale importanza. Purtroppo il mio escamotage non è servito proprio a niente, perché oltre a non aver smesso per un attimo di parlare, Petros si lamentava del fatto che non lo ascoltassi con sufficiente attenzione. Quando ho visto spuntare la nave in lontananza ho provato un moto di gioia indescrivibile!
Reduci da un viaggio di circa otto ore, i poveri animaletti vengono scaricati dalla stiva: ci sono due conigli, quattro quaglie, due fagiani e un pappagallo. Sfidando le leggi della fisica, riusciamo ad infilarci tutti e tre nella Fiat 600, incastrando le quattro grandi gabbie tra il portabagagli e i sedili posteriori. In macchina eravamo così sistemati: io alla guida, Petros (finalmente zitto!) sul sedile del passeggero e Pinupz ranicchiato in un piccolo spazietto tra le gabbie.
Non appena partiti ci rendiamo subito conto che i fagiani avevano avuto un attacco di colite. Io dalla mia postazione sentivo una puzza orrenda, ma non potevo immaginare cosa sentisse Pinupz, visto il contatto ravvicinato con la gabbia. A nulla è servito il mio tentativo di spalancare i finestrini: l’odore era talmente pungente e nauseabondo che c’è mancato poco che vomitassimo!
Circa a metà del viaggio di ritorno, finalmente Pinupz apre la bocca per parlare e con un tono di voce tra il disgustato e il rassegnato pronuncia due parole, le uniche due da quando eravamo usciti di casa: “Oddio, l’aviaria!”.
Fortunatamente per tornare alla fattoria di non ci vogliono più di 10 minuti, quindi l’incubo è durato poco. Però, che viaggio!
Quando finalmente sono riuscito a infilarmi sotto le coperte ho realizzato la ridicola situazione in cui ci eravamo messi, addormentandomi con l'immagine di Pinupz nauseato e preoccupato di essersi preso l'aviaria in mezzo a tutte quelle gabbie. Non nego di aver concluso la giornata con un gran sorriso sulla faccia.


